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venerdì 25 marzo 2011

I disturbi alimentari

Ecco un argomento serissimo che ci sta molto a cuore...
i disturbi alimentari. Essendo questo un blog che si occupa di diete e consigli per dimagrire ed io aggiungere in modo salutare, abbiamo deciso di creare una nuova rubrica dedicata all'altra faccia della medaglia del mondo delle diete.



ecco un testo della professoressa Laura Fornari, Pedagogista e formatrice specializzata in pedagogia psicanalitica, opera come consulente in libera professione. Per anni si è dedicata ai problemi connessi ai disturbi alimentari. Ha collaborato a vario titolo con le Università di Verona, Padova e Venezia, in attività di ricerca e di formazione. Deceduta il 23 luglio 2009.


Con il termine "Disturbo alimentare" si indica una vera e propria malattia, la prima causa di morte fra le malattie psichiatriche, e si riscontra sempre più frequentemente in ragazze giovani, ma anche in soggetti di trenta, trentacinque anni. E’ un "male di vivere" che forse nasce da un rapporto distorto con la famiglia e con gli altri, ma prima di tutto con sé stessi, con la propria individualità.


 Questa malattia ha una lunga storia, ma la sua esplosione è avvenuta particolarmente dopo la seconda guerra mondiale e in prevalenza nei paesi industrializzati. Sia l’anoressia che la bulimia, sono praticamente sconosciute al di fuori del mondo occidentale. Alla fine degli anni Sessanta le patologie alimentari hanno subito un impressionante aumento, dovuto al fatto che questi disturbi costituiscono l’espressione estrema del cambiamento delle aspettative sociali nei confronti delle donne.
Quasi sempre inizia con una dieta, ma alla base ci sono molte altre cause scatenanti che portano queste ragazze a cercare l’illusione di poter spostare sul cibo il controllo che pensano di non avere sulla propria vita.
Allora cerchiamo di capire quali sono questi fattori scatenanti e di spiegare su quali basi si fondano e come mai si automantengono.
Ci sono delle difficoltà di relazione in famiglia e nei rapporti con gli altri che si accompagnano ad una insoddisfazione nei confronti del proprio aspetto e delle forme del proprio corpo.
Si decide di mettersi a dieta; all’inizio solo con l’intenzione di modificare il proprio corpo, ma in seguito questo comportamento rinforza il senso di autocontrollo e di conseguenza la sensazione del proprio valore (io sono più brava di altri nel fare questa cosa perciò valgo di più). In questa fase hanno un grosso peso i rinforzi sociali!
Le amiche le invidiano perché riescono a stare a dieta e a dimagrire, le persone in genere fanno loro complimenti per la loro forma fisica. Per i primi giorni digiunare è faticoso ma i risultati le compensano della fatica, anzi rinforzano la loro autostima.
Purtroppo, quando le diete sono troppo drastiche, portano il corpo ad avere comportamenti biologici funzionali alla sopravvivenza; viene così prodotta una quantità di serotonina (neurotrasmettitore che seda la sofferenza e il dolore) molto superiore alla norma e così, per i primi tempi, queste ragazze sentono di avere una forza e delle capacità superiori alla norma. Questo periodo, che è quello più critico per l’instaurarsi della malattia, viene definito "luna di miele con l’anoressia". A questo punto si instaura un meccanismo che è quello che rende così difficile la cura di questa malattia: la sensazione che provano queste ragazze di aver trovato la cura per i propri problemi. Così come l’alcolista considera l’alcol il sostegno di cui ha bisogno per affrontare delle situazioni in cui si sente inadeguato e poi cade in una dipendenza invalidante.
Con il protrarsi della dieta, che diventa sempre più restrittiva, anche questo vantaggio iniziale viene a mancare ed inizia la fase della depressione, della fobia per il cibo, della percezione errata della propria immagine corporea, la scomparsa del ciclo mestruale.
Molte ragazze ed anche adulti, per motivi diversi, devono osservare una dieta dimagrante, ma non per questo sviluppano questa malattia. Questa è la perplessità di molte persone. In effetti ci si è molto interrogati su questo punto e tuttora gli studi sono in corso, sia a livello biologico che psichico. Una cosa che si ritrova sempre in questi casi è la presenza di un fattore precipitante che scatena il disturbo. Possono esserci tutti i fattori che predispongono a sviluppare la malattia, ma non si sviluppa perché manca il fattore precipitante. Una ragazza che soffre di questo disturbo l’ha definito <>. Quella goccia dà inizio all’insoddisfazione corporea. L’insoddisfazione per il proprio peso, per l’aspetto fisico, porta a fare una dieta. Come già detto, la cosa particolare è che in questi casi la dieta è severa e viene utilizzata per aumentare la propria autostima, ci si gioca il senso di autocontrollo ed il proprio valore personale; questa è la differenza rispetto al semplice perdere qualche chilo.
Anche il clima culturale in cui oggi le ragazze crescono, ha un peso fondamentale nell’instaurarsi di questa malattia. La dove il ruolo femminile viene vissuto con confusione, è più difficile per una donna sviluppare un’identità femminile chiaramente definita ed armonizzare le aspettative e le esigenze personali con quelle del mondo esterno. Il fatto che questo disturbo si sia diffuso in forma epidemica negli Stati Uniti, ci riporta alle richieste sociali di quella cultura rispetto al ruolo femminile: il modello della donna di successo, competitiva e autonoma. A questo tipo di donna moderna, vengono associati la magrezza, la forma fisica e l’autocontrollo.
La bulimia, pur avendo alla base gli stessi valori culturali che stanno alla base dell’anoressia, ha alla base anche una difficoltà molto evidente di autonomizzazione dalla propria famiglia d’origine, oppure si instaura dopo l’anoressia, la dove c’è un carattere più impulsivo e meno volitivo. Allora si cede alla "tentazione" del cibo abbuffandosi in modo compulsivo ed ossessivo, poi si ricorre al vomito per rimediare. In questi casi i problemi fisici sono ancora più gravi che nell’anoressia, meno evidenti e più subdoli, come ci si accorge di queste malattie, dei segnali da non sottovalutare e perché è importante intervenire molto presto.

 quando ci si accorge della malattia

Come già anticipato nell’introduzione, ciò che rende l’anoressia nervosa una malattia difficile da curare, è il suo insorgere subdolo, facilmente confondibile con una semplice astenia o con la scelta di perdere qualche chilo. Spesso passano alcuni mesi prima che, anche il medico di base, sospetti la presenza di questa patologia. C’è un certo dimagrimento ma all’inizio le forze fisiche non calano, anzi, per quel meccanismo precedentemente spiegato, aumenta la resistenza alle fatiche soprattutto a livello intellettuale. Perciò anche a scuola le cose vanno bene, l’umore migliora sino a diventare quasi euforia, le prestazioni sportive migliorano e sembra che tutto vada per il meglio. Ad un certo punto, sparisce il ciclo mestruale ed è qui che, soprattutto le mamme, cominciano a preoccuparsi. Secondo il D.S.M. IV, pubblicato nel 1994 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), uno dei criteri diagnostici dell’anoressia nervosa è la scomparsa di almeno tre cicli mestruali consecutivi.
A questo punto la malattia si è già instaurata ed ecco perché è molto importante che tra il momento del sospetto e quello della consapevolezza dell’esistenza di un problema, non trascorra troppo tempo. Comunque di solito le cose vanno proprio così ed è anche questo il motivo per cui al disturbo alimentare si aggiungono altre situazioni di sofferenza fisica che ostacolano il processo di guarigione.
Uno dei punti fondamentali per poter "prevenire" l’instaurarsi della malattia vera e propria, sta nel conoscere e quindi poter osservare alcuni comportamenti tipici dei soggetti che sono in fase d’entrata nell’anoressia. Il prof. Peter Slade, di Liverpool, ha sviluppato un modello, ampiamente accettato dalla comunità scientifica internazionale, secondo cui i principali fattori predisponenti per lo sviluppo dell’anoressia nervosa sarebbero una combinazione di tendenze perfezionistiche con una generale insoddisfazione della vita e di se stessi; tale combinazione viene definita "PERFEZIONISMO NEVROTICO".
Secondo questa ipotesi, le ragazze pre-anoressiche avrebbero delle aspettative elevate nei confronti di sé stesse e della propria vita, per quanto riguarda ad es. la scuola, il lavoro, le amicizie, le relazioni affettive. Tutto ciò che è meno che perfetto viene considerato una specie di fallimento!
Pertanto, il non riuscire a raggiungere la perfezione, le porta inevitabilmente a rinforzare i sentimenti di scarsa autostima e, nello stesso tempo, ad evitare le situazioni che non possono essere gestite in modo perfetto. Tutto ciò porta questi soggetti a sviluppare una forte necessità di controllare ogni aspetto della vita: poiché (soprattutto a livello affettivo e relazionale in genere) non vi sono aree su cui poter avere un controllo completo, rivolgono l’attenzione verso sé stesse in generale e verso il proprio corpo in particolare. Ecco che allora, riuscire a seguire con successo una dieta, permette loro di sentirsi in "perfetto controllo", cosa che costituisce un notevole rinforzo a perseverare nel comportamento alimentare restrittivo. L’entrata nell’anoressia viene dunque favorito da una combinazione di rinforzi positivi, che sono i bisogni di successo, confermati dall’approvazione altrui, la necessità di essere approvati come nell’infanzia (brave bambine) e di rinforzi negativi, comeevitare gli altri problemi della vita.
Dagli studi effettuati sui soggetti affetti da questa malattia, il perfezionismo risulta essere una delle caratteristiche sempre presenti nel comportamento di questi soggetti; quasi sempre la stessa caratteristica si trova nelle mamme ed anche nelle nonne materne di queste ragazze.
Altra caratteristica sempre presente nei soggetti che sviluppano un disturbo alimentare è il "deficit di autostima".
Il termine "AUTOSTIMA" sta ad indicare il modo in cui un soggetto approva il concetto di sé. I livelli di tale considerazione di sé si differenziano tra i due sessi. Spesso sono le donne ad avere più problemi in questo ambito; generalmente la loro autostima non è internalizzata, ma è legata a fattori esterni, come ad esempio l’aspetto fisico, il fare le cose per gli altri, il rispondere alle necessità ed alle richieste altrui. Nella cultura occidentale l’identità femminile si definisce in base alla capacità di intraprendere e stabilire importanti relazioni interpersonali. Il valore personale di una ragazza è spesso valutato in base alla sua capacità di stabilire buone relazioni e per questo è apprezzata ed ha maggior successo all’interno del gruppo. Tale situazione rende le adolescenti particolarmente vulnerabili al giudizio degli altri e poiché l’aspetto fisico contribuisce fortemente a determinare il grado di successo nelle relazioni interpersonali, non è sorprendente che le donne pongano al primo posto nella propria vita il peso corporeo e l’apparenza. Il fatto che attualmente, nella cultura occidentale, gli stereotipi di bellezza enfatizzino un corpo magro e snello, incoraggia l’uso di pratiche dietetiche restrittive nelle ragazze insicure della propria identità e particolarmente preoccupate del giudizio degli altri. Proprio per questa insicurezza interiore, esiste spesso una costante ricerca dell’approvazione altrui.
Per capire quale può essere il meccanismo che ha indotto lo spostamento dai problemi psicologici alla preoccupazione per il peso e l’aspetto fisico possono essere utili alcune affermazioni fatte da ragazze anoressiche durante le sedute di psicoterapia di gruppo:
<<Forse dipende da come si è abituati in famiglia; se in una famiglia viene data importanza all’apparenza è più facile cercare di risolvere tutto attraverso l’esterno. Ultimamente i miei mi hanno detto "ti abbiamo sempre dato tutto"; in effetti è vero, però’, hanno trascurato molti aspetti psicologici ed io della mia infanzia ho scarsi ricordi delle emozioni, mentre mi ricordo benissimo i vestiti ed i posti dove andavamo…>>.
La famiglia è sicuramente importante; è difficile pensare che l’ambiente famigliare non c’entri niente nello sviluppo di certe caratteristiche: può favorire lo sviluppo di una scarsa autostima, può accentuare tratti perfezionistici o non saper preparare ed accettare lo sviluppo ed il cambiamento nell’adolescenza.
Nella bulimia ci si accorge ancora più tardi dell’esistenza della malattia perché non c’è dimagramento e l’aspetto emaciato. Il problema si evidenzia quando iniziano i disturbi fisici legati al vomito indotto: insufficienza cardiaca, lesioni all’esofago, crisi tetaniche dovute ai livelli di potassio molto bassi (spesso chi soffre di bulimia assume lassativi e diuretici).
Chi soffre di bulimia mangia in modo compulsivo ed esagerato per poi recarsi immediatamente in bagno per vomitare. Quando una ragazza bulimica entra in un ristorante la prima cosa che fa è quella di informarsi circa l’ubicazione del bagno, dove si recherà appena finito il pranzo. Spesso i famigliari si accorgono dell’abitudine di vomitare della loro figlia per caso, ma certi atteggiamenti se conosciuti possono essere più facilmente individuati e curati. Non si deve essere troppo allarmisti, ma se si impara ad osservare, senza indagare, le abitudini dei modalità di cura, dei comportamenti da tenere con chi soffre di questo disturbo, se ne parlerà nel prossimo intervento.




Possibilità di cura: come e dove (perché la guarigione è tanto problematica









All’inizio della malattia non ci sono sintomi gravi, anzi sembra che la dieta sia la soluzione di tutto; ma quando si instaurano tutti i problemi fisici derivanti dalla nutrizione insufficiente (depressione, astenia, scomparsa delle mestruazioni e conseguente decalcificazione ossea) si comincia a preoccuparsi ed è in questo momento che molte ragazze accettano "l’idea" di farsi curare.
Purtroppo solo l’idea, perché in realtà molte fingono di accettare la visita del medico solo per compiacere i genitori.
In realtà loro sono convinte di "potercela fare" da sole. I ricostituenti che normalmente il medico di base prescrive finiscono nel lavandino, perché a questo punto si è instaurato un altro sintomo micidiale nel mantenimento della malattia: il disturbo dell’immagine corporea. Pesano trentacinque, quaranta chili per un metro e settanta d’altezza, ma loro si sentono e si percepiscono grasse. Questo disturbo si presenta anche in altri casi in cui la dieta è stata seguita o per cura di altre disfunzioni (diabete o cardiopatie) o in situazioni sperimentali.
Altra conseguenza grave della dieta troppo restrittiva, è la fobia per il cibo. E’ una vera e propria paura che le porta ad evitare ogni situazione in cui potrebbero trovarsi di fronte al cibo. Spesso esorcizzano questa paura nutrendo gli altri. Cucinano per la famiglia o addirittura lavorano in ristoranti o pasticcerie.
Quando la loro situazione fisica è fortemente compromessa, vengono ricoverate in strutture ospedaliere (spesso psichiatriche) ma anche questa ben presto si rivela una scelta fallimentare.
Ci sono cliniche in cui l’anoressia nervosa e la bulimia vengono curate sia dal punto di vista fisico che psicologico e spesso hanno una buona possibilità di riuscita nella cura; il problema si ripresenta quando le ragazze tornano in famiglia e ritrovando le stesse problematiche, ricadono nella malattia. Spesso le anoressiche "guarite" scivolano nella bulimia.
L’ideale sarebbe poter contare sulla presenza di un buon medico di base che segua la ragazza dal punto di vista medico, di uno psicologo che si occupi della sofferenza psichica della ragazza ed essenziale la collaborazione della famiglia.
La dove le famiglie comprendono, naturalmente con l’ausilio degli specialisti, la vera natura della malattia della loro figlia, e collaborano nella sua ri-educazione, le possibilità di guarigione sono molto più alte.
Il primo punto cruciale che i genitori si trovano ad affrontare è: come convincere la figlia a farsi curare. Come premessa, è necessario che i genitori condividano l’idea che alla figlia occorre un aiuto specialistico. Se i genitori non si propongono come veramente concordi su questo punto, difficilmente riusciranno a convincere la figlia. Se non c’è una reale convinzione da parte di entrambi i genitori riguardo ad una terapia per la figlia, quest’ultima si convincerà di non essere malata e cioè di non avere bisogno d’aiuto; sente di poter contare sull’appoggio del genitore contrario al trattamento terapeutico. Cosa fare quindi, visto che il tempo è prezioso?
Può essere un atteggiamento vincente, il proporre alla figlia un colloquio informativo con uno specialista, senza insistere sulla necessità di qualsiasi terapia. In ogni caso non deve sembrare una decisione imposta, ma una possibilità per vagliare il da farsi.
Si può dire che c’è un problema che coinvolge tutta la famiglia, che per questo si desidera rivolgersi ad un esperto che indichi possibili soluzioni.
A questo punto, sarà lo specialista a trovare le giuste motivazioni per aiutare la ragazza a scegliere la psicoterapia e darà ai genitori le indicazioni necessarie per un atteggiamento che favorisca tale scelta.
Quasi tutte le ragazze affette da questi disturbi, accettano molto più facilmente di partecipare ad un colloquio con uno psicoterapeuta, se anche i genitori vi partecipano. C’è sempre da parte di queste ragazze, l’atteggiamento colpevolizzante per quanto sta loro accadendo, rivolto ai genitori. (Come questo non sia completamente vero lo vedremo nel prossimo intervento).
Se i genitori hanno comunque l’atteggiamento di chi accetta di "mettersi in discussione", l’impressione che le figlie ne ricavano è decisamente favorevole. Non si sentono colpevolizzate come uniche responsabili della loro malattia e diventano più collaborative. Queste ragazze in genere colpevolizzano molto i genitori e amano vedere che anche loro sentono di avere delle responsabilità.In questo momento è molto importante che i genitori mettano da parte inutili atteggiamenti di orgoglio o di amor del vero a tutti i costi; servono solo a mantenere la loro figlia nella malattia.
In ogni caso, quando da parte delle ragazze c’è un rifiuto a curarsi, nonostante tutto, è giusto che i genitori si impongano con le figlie minorenni; con le figlie maggiorenni un ricovero coattivo è giustificato solo in caso di grave rischio della loro vita, che comunque deve essere diagnosticato e deciso dal medico curante o da un pronto soccorso.
Alcune regole pratiche comunque possono essere d’aiuto ai genitori che si trovino in questa situazione:
  • Non permettere mai alla ragazza di mangiare da sola o di mettersi a cucinare per tutta la famiglia a qualsiasi ora. L’ora dei pasti è uguale per tutti e che mangi o meno è giusto che la ragazza condivida con gli altri questo momento.
  • Non coinvolgere i fratelli in funzioni di controllo circa il comportamento della ragazza anoressica. Il problema del "controllo" è un punto cruciale in questa patologia, perciò non si deve mettere gli altri figli in situazione di "spia controllante". Non serve a niente per la ragazza ed è diseducativo per gli altri figli.
  • Non cambiare le abitudini di vita della famiglia. In alcuni casi le mamme smettono di lavorare per seguire le loro figlie a tempo pieno; è un grave errore che genera maggior tensione tra madre e figlia e rafforza la convinzione di quest’ultima che le sia tutto dovuto in funzione della sua malattia.
  • Mantenere le amicizie e gli impegni sociali abituali. Spesso i genitori di queste ragazze abbandonano i loro passatempi e le loro amicizie. Inoltre è facile che anche loro cadano in depressione.
  • Non cambiare le regole educative che sono in vigore all’interno della famiglia. Spesso però, questi genitori oscillano tra un eccessivo permissivismo e un esagerato autoritarismo. Trovare la giusta via ed aderirvi sarebbe auspicabile.
  • Non trattare la figlia malata in modo diverso dagli altri figli. Sarebbe un modo per autorizzare la ragazza a prevaricare e a tiranneggiare anche i fratelli. Alcuni fratelli diventano fin troppo protettivi e preoccupati. Sono solo le suggestioni che arrivano loro dai genitori e non fanno bene a nessuno.
Resta comunque fondamentale la psicoterapia. Di solito funzionano molto più rapidamente le terapie cognitivo-comportamentali, almeno all’inizio, per modificare rapidamente i pensieri problematici e i comportamenti autodistruttivi. In seguito ogni terapeuta deciderà come meglio orientarsi anche in base all’individualità del soggetto ed alle sue esperienze di vita. Nel mio prossimo intervento mi occuperò della relazione genitori-figli e delle domande che i genitori si pongono sempre quando compare questa malattia.










La relazione genitori-figli: le domande sempre presenti
(Di chi è la colpa? Perché proprio a noi?)




La prima cosa che i genitori si chiedono di fronte ad una diagnosi di anoressia nervosa è proprio questa: di chi è la colpa? Soprattutto le madri, pensano che la malattia della figlia sia una conseguenza della loro incapacità di essere buone madri. Tutto questo perché per molti anni giornali e trasmissioni varie hanno fatto risalire questo disturbo ad un cattivo rapporto con la madre.
Il vero problema è che l’adolescenza è sempre un momento di conflitto con i genitori ed in particolar modo con il genitore dello stesso sesso. Poiché l’anoressia è una malattia che colpisce prevalentemente ragazze giovani, in tempi passati, quando si era ancora alla ricerca di spiegazioni, il rapporto conflittuale tra adolescenti e madri è stata un’ipotesi da molti ritenuta plausibile. Molte mamme sono iperprotettive ed ansiose con le loro figlie, ma non per questo le ragazze diventano anoressiche.
Come abbiamo già visto nell’intervento precedente, ci sono delle caratteristiche caratteriali e situazioni sociali particolari che possono favorire l’insorgere di questa malattia; favorire, non causare!
Spesso sono proprio i padri che accusano le mogli di aver troppo viziato le figlie: "Le hai sempre dato tutto quello che voleva…" oppure il contrario: "le stai sempre troppo addosso… sei troppo apprensiva…" e rimproveri di vario tipo sulle loro capacità educative. In realtà non è il comportamento educativo delle mamme che può favorire lo strutturarsi di certe caratteristiche caratteriali, ma piuttosto lo stile di vita di tutta la famiglia. Ad esempio: la preoccupazione del giudizio esterno, che come conseguenza porta ad attribuire al pensiero degli altri una maggior importanza del proprio, è un atteggiamento che hanno molte famiglie.
I padri si sentono meno in colpa per questo comportamento delle figlie, anche perché spesso non si sono occupati molto della loro educazione. Si sono limitati a fornire i mezzi per "viziare" le figlie.
Questa è una delle accuse che vengono rivolte ai padri dalle mogli: "Non ci sei mai… non ti interessi di niente per quanto riguarda l’educazione dei figli, e poi dici a me che vi stresso, ma tu ti sei sempre disinteressato dei suoi problemi….".
A questo punto i genitori sono esasperati… ed è facile che questa situazione crei una profonda frattura tra la ragazza ed i suoi famigliari… situazione che accentua il senso di impotenza dei genitori e l’atteggiamento oppositivo dell'adolescente.
Non è facile per queste famiglie uscire dall’ottica che non ha senso parlare di colpe o ad un’unica causa per spiegare l’insorgere dell’anoressia e della bulimia. E’ più giusto appellarsi ad una serie di fattori che interagendo tra loro, concorrono a determinare questa patologia: predisposizione, relazioni, contesto e fattore scatenante. Uno solo di questi fattori, preso separatamente, non significa nulla. Anche l'origine genetica è stata presa in considerazione, ma per il momento è solo un’ipotesi.
Se si fa una ricerca a ritroso nella storia di queste ragazze, si trova quasi sempre un quadro generale caratterizzato da bisogni affettivi quasi ossessivi, non espressi e di conseguenza difficilmente soddisfatti. In molte situazioni di disturbi dell'alimentazione, la tipologia di coppia genitoriale è questa: una mamma molto rigida e normativa, spesso ipercritica ed un papà poco presente ma molto materno (quando c’è).
Da qui può scaturire la confusione nella percezione del proprio ruolo affettivo e sociale che spesso caratterizza le ragazze che soffrono di anoressia e bulimia. Si è anche ipotizzato una confusione di fondo nell’appartenenza di genere ed una probabile omosessualità latente.
Un altro comportamento tipico della famiglia delle ragazze anoressiche, ancor più evidente per le bulimiche, è una falsità velata nei comportamenti relazionali; non si deve mai dire apertamente ciò che si pensa! Se esprimono il proprio pensiero gli altri non li accettano oppure pensano di poter "perdere il controllo" e di arrivare ad offendere l’interlocutore. Meglio inventare delle scuse accettabili ma continuare ad avere l’approvazione altrui!
Un altro atteggiamento dei genitori che fa star molto male le ragazze anoressiche, è l’abitudine di scusare e giustificare sempre il comportamento degli altri rispetto al loro. Molte ragazze dicono: "non ho mai capito se i miei genitori mi volessero veramente bene o se per loro fossero più importanti gli altri" oppure "ho sempre pensato che i miei genitori si vergognassero di me". L’errore educativo che sta alla base di questo di questo comportamento è l’utilizzo del "senso di vergogna" anziché del "senso di responsabilità". E’ un errore gravissimo e purtroppo ancora molto diffuso; quante volte si sentono genitori, anche in pubblico, dire ai propri figli "VERGOGNATI" oppure "MA NON TI VERGOGNI?".
Ed a questo punto si suppone che se un figlio non si vergogna, dovrebbe "almeno" provare senso di colpa. Ecco che la propria disistima ed il senso di colpa mettono radici profonde e difficili da estirpare.
Spesso a questi comportamenti si aggiungono percosse e violenze verbali, che non sono meno dolorose di quelle fisiche.
I bambini, di fronte a questi comportamenti, non esprimono la loro collera per essere stati umiliati o maltrattati ed allora che cosa ne è della sofferenza che non è e non deve essere espressa? Purtroppo non scompare nel nulla, ma con il tempo si trasforma in un odio, più o meno consapevole, contro il proprio sé. Il bambino deve reprimere e soffocare i suoi sentimenti e per continuare a vivere con le persone che "lo maltrattano" deve cercare di dimenticare il comportamento umiliante che ha provocato la sua rabbia.
Ma se impiega tutte le sue energie nel lavoro di rimozione, che al momento gli è assolutamente necessario, anzi vitale, ne paga le conseguenze, molto frequentemente, a lungo termine, poiché la "rimozione" è un’ingannevole illusione, la cui funzione adattiva nella fanciullezza, si trasforma nell’adolescenza e nell’età adulta in una forza distruttiva. Ecco che allora i sentimenti d’impotenza, d’ira, di frustrazione, estrapolati dalle cause che li avevano generati, si esprimeranno in atti distruttivi rivolti agli altri o contro sé stessi, con effetti patogeni. Sono atteggiamenti sottovalutati dai genitori, perché si ritengono comportamenti accettabili in educazione, in realtà non è così. Si dovrebbe imparare a trattare i figli come trattiamo i nostri amici, perché spesso si è più gentili con gli estranei che con i figli. Nel prossimo articolo si parlerà di come tradurre in pratica la teoria, nella prevenzione e nella cura di questa patologia.




Cura e prevenzione:
consigli pratici e conclusione




Una delle cose che è bene siano molto chiare è che le patologie alimentari sono delle vere e proprie malattie che non si curano in famiglia. Non è sufficiente l’amore e la cura dei genitori per guarire una patologia così complessa. Spesso i genitori si sentono investiti da questa responsabilità proprio perché vengono molto criticati e giudicati dalle ragazze anoressiche e bulimiche; loro pretendono che i genitori si assumano la responsabilità del loro malessere. Purtroppo spesso su questo punto si instaura una lotta a base di accuse e di giustificazioni che fanno solo perdere tempo prezioso. E’ molto meglio che i genitori mettano da parte il loro orgoglio e accettino di accompagnare le ragazze in terapia, almeno per i primi tempi. Sarà poi compito del professionista chiedere alle ragazze di iniziare una terapia individuale. Due atteggiamenti dei genitori sono estremamente dannosi: quello ansioso emotivo e quello ansioso ipercontrollato.
Nel primo caso i genitori spronano continuamente la figlia, la assillano con continui consigli, la rimproverano continuamente e cercano di modificare il suo comportamento facendo leva sul senso di colpa (sei un’ingrata, ti abbiamo sempre dato tutto!). Nel secondo caso mascherano la preoccupazione assumendo un atteggiamento di distacco e di indifferenza di fronte agli atteggiamenti provocatori delle figlie. Anche in questo caso è preferibile la via di mezzo. Essere indifferenti è un atteggiamento finto in una situazione così grave e non è credibile neppure dalle ragazze, che si sentiranno fortemente frustrate da un atteggiamento simile. Ma anche quelli eccessivamente ansiosi non producono effetti positivi: in questo caso le ragazze si lamentano dell’eccessivo controllo ma in realtà sentono di tenere in pugno i genitori e questo non è per loro di nessun d’aiuto, anzi.
Una giusta preoccupazione ma senza lasciarsi travolgere dalla situazione è il comportamento più idoneo. Gli interventi dei genitori devono essere di tipo educativo, ossia possono intervenire per correggere i comportamenti non accettabili e le cattive abitudini che sempre si manifestano in queste patologie. Non spetta loro intervenire sui sintomi. Questo è compito del terapeuta. Dunque, non devono accettare che la ragazza si ritiri in camera sua per mangiare o lo faccia ad orari diversi, così come non devono pretendere che fratelli e sorelle la assecondino in tutto per non "farla arrabbiare": la sua è una malattia e i malati non possono fare quello che vogliono, con la pretesa di curarsi da soli! Inoltre la ragazza, in questo modo, è costretta a mantenere un aggancio con la realtà, dalla quale tende a fuggire per rifugiarsi nelle sue illusioni.
Quindi il contesto in cui vive l’anoressica deve mantenersi normale; i genitori devono continuare a far rispettare le regole comportamentali che valgono per tutti i membri della famiglia e nel frattempo il terapeuta lavora sui sintomi.
In molti casi, invece, i genitori pensano di dover cedere ad ogni richiesta delle figlie, per dimostrare affetto e comprensione non riescono più a dirle di no. Poverina è malata, o per non litigare, o per oscuri sensi di colpa. In questi casi i genitori non svolgono il loro ruolo e si lasciano condurre dalle figlie anziché essere la loro guida. Quando la figlia sente di poter chiedere ciò che vuole, alza continuamente il valore delle sue richieste che a volte diventano assurde e, spesso, di tipo regressivo ed ecco che queste ragazze che continuamente rivendicano il loro diritto all’autonomia, specie in campo alimentare, chiedono di essere accolte nel letto dei genitori! Le regole da osservare in famiglia si possono rivedere nel mio terzo intervento.
Per quanto riguarda la prevenzione, restano alcuni aspetti da comprendere. Partiamo da un presupposto molto importante: nell’infanzia si gettano le basi per le future patologie alimentari!
Fin dai primi giorni, gli scambi affettivi tra madre e figlio avvengono attraverso la nutrizione. La mamma si preoccupa che il bambino si attacchi al seno, poi che passi al biberon e alle pappe salate e il rifiuto del cibo è sempre fonte di grande ansia ed in alcuni casi di vera e propria angoscia. Una delle più preoccupanti condizioni dei bimbi moderni è l’obesità. Ed è molto difficile non ingrassare se si mangiano in continuazione merendine, patatine, cremine preconfezionate. Poi, a tavola, questi bambini non hanno fame, smangiucchiano qualcosa per far contenta la mamma, e siccome non hanno mangiato a tavola si tollera che mangino fuori pasto e così anche per il pasto successivo non avranno fame. E’ un circolo vizioso che porta ad avere un rapporto con il cibo estremamente confuso e problematico, ed in più porta ad essere sovrappeso. Ma quando arriva l’adolescenza quel corpo cicciottello non va più bene, speso anche i genitori lo criticano, e così si sente il bisogno di una dieta. Quasi tutte le anoressiche riferiscono di essere state delle bambine sovrappeso; e se prima mangiare era un’ossessione a causa delle insistenze materne, successivamente il non-mangiare diventa un’ossessione a causa delle pressioni dei modelli socioculturali. Anche l’atteggiamento maschile (padri, fratelli, corteggiatori) nei confronti dell’immagine femminile è motivo di desiderio di dimagrire. Perciò è possibile fare un lavoro di prevenzione delle patologie alimentari sin dalla prima infanzia, creando un corretto rapporto col cibo. Le madri che rimpinzano i figli, li portano a pensare al loro corpo come ad un contenitore vuoto, da riempire fino al desiderio di vuotarlo per provare sollievo, come succede alle bulimiche. Il sentirsi gonfie, piene, grasse… sono sensazioni corporee che invadono la mente e generano un’immagine distorta del proprio corpo. Un corpo da rifiutare, un’immagine da cancellare.
Anche l’abbigliamento diventa monotematico: rigorosamente nero e spesso dalle fogge informi.
Anoressia e bulimia sono patologie molto più rare nel genere maschile, anche se i casi di anoressia nei maschi stanno aumentando. In questi ultimi decenni i condizionamenti culturali hanno inciso maggiormente sul ruolo femminile ma ora anche i maschi si sentono confusi e poco certi del loro ruolo. Il lavoro maschile è considerato ancora un ruolo primario, mentre per la donna diventa qualche cosa da conciliare con altri ruoli e così le donne sono sempre più di corsa e vittime del tempo; combattute tra il ruolo di casalinghe e il ruolo professionale, fanno grandi sforzi per integrarli. Le ragazze sentono questo conflitto ancor prima di viverlo. Anche l’ideale di bellezza, oltre a quello d’efficienza, è diverso per le femmine.
Comunque anche l’ideale di bellezza femminile in questi ultimi anni si è modificato ed i casi d'anoressia non sono più in crescita come negli anni passati, anzi sembra che la tendenza sia verso la diminuzione. Sono invece in grande aumento i disturbi legati all’ansia (attacchi di panico, ansia da prestazione, disturbo d’ansia generalizzato). Questo ci conferma anche la genesi socioculturale dell’anoressia. Resta comunque qualche certezza confortante: bambine alimentate in modo corretto, difficilmente diventeranno bulimiche o anoressiche; è importante accettare i figli nella loro individualità, rispettarne la personalità senza aspettarsi da loro la perfezione. Nella famiglia i figli assorbono i principi ai quali i genitori si conformano, percepiscono il reale valore della relazione uomo-donna e attraverso il dialogo si confrontano come persone. Ma le parole da sole non bastano, quella che dà forza ad una famiglia e ai suoi componenti, è una profonda sintonia emotiva che permette l’abbattimento delle barriere interiori e l’uno può rivelarsi all’altro così com’è, sentendosi pienamente accettato.




















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